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Le principli cerimonie pubbliche

La purificazione della città
Per purificare l'abitato si compie una processione circolare, con immolazioni ad ogni porta sacra:
all'esterno della Porta Treblana si sacrificano tre buoi a Giove con rito uranio;
all'interno si sacrificano con rito ctonio tre scrofe gravide a Trebo, la divinizzazione dell'abitato stesso;
all'esterno della Porta Tessenaca si sacrificano tre buoi a Marte con rito uranio;
all'interno si sacrificano con rito ctonio tre scrofe allattanti a Fiso, la divinizzazione del "patto sociale";
all'esterno della Porta Vehia si sacrificano con rito uranio tre buoi bianchi a Vofione, la divinizzazione del sistema gentilizio;
all'interno si sacrificano con rito ctonio tre scrofe da monta a Tefro, la divinizzazione del focolare.

La lustrazione della schiera in armi
a) Alla purificazione degli armati si può provvedere in modo episodico attraverso il sacrificio di tre vitelloni maturi a Marte Horio e ad Hondo Serfio rispettivamente al bosco Giovio ed al bosco di Coredio;
b) ma si può provvedere con una cerimonia rara e impegnativa, la "lustratio", per la quale si portano in giro le vittime in processione intorno agli uomini in armi schierati in Acedonia, e quindi:
Ai Fontuli si sacrificano a Serfo Marzio tre verri rossi o neri;
Alla Rubinia si sacrificano a Prestata Seria di Serfo Marzio tre porcelle rosse o nere;
Oltre la Sata si sacrificano a Torsa Seria di Serfo Marzio tre vitelle;
Ad Acedonia si sacrificano a Torsa Giovia tre vitelle già messe in fuga.

Il rito romano dei suovetaurilia, evoluzione del rito della lustratio iguvina.

 

Il sacrificio del cagnolino
La cerimonia Hondia è un antichissimo rito agrario volto a scongiurare la ruggine dei cereali, ritenuta collegata alla siccità. Il cane è inteso come simbolo della costellazione del Cane Maggiore, la cui stella principale è Sirio, un astro che alla fine dell'età del bronzo spariva all'inizio della primavera per riapparire a luglio, quando si temeva che la calura seccasse il raccolto.
La cerimonia non è a data fissa, ma, se la si vuole fare, deve svolgersi al plenilunio delle feste Cereali, in Aprile. Il cagnolino è sacrificato a favore delle famiglie della Confraternita con rito ctonio al dio Hondo, il 'Vittorioso', che rappresenta il superamento della minaccia ai cereali. Al sacrificio si accompagna l'unzione di un cippo di pietra, a conferma della grande antichità del rito.

Le riunioni della Decade
Al dodicesimo giorno del mese Quintile (12 luglio) per consacrare il patto della decade si deve fare la "chiamata" delle venti comunità raccolte nella decade, sacrificare un suino sopranno a Giovepadre invocato come "Sancio" per le venti comunità, sacrificare un capro sopranno a Giovepadre invocato come "Sancio" per le venti comunità, sacrificare un vitello votivo a Giovepadre invocato come "Sancio" per le famiglie della Confraternita.
Si noti che l'attributo "Sancio" significa 'che sancisce il patto'.

Il sacrificio delle Sestentasie (tavv. III e IV)
La cerimonia conclude il momento festivo con cui inizia l’anno agrario e si svolge il giorno in cui la luna raggiunge un sesto della sua pienezza dall’ultimo novilunio prima dell’equinozio di primavera, cioè il quinto giorno dopo il novilunio. Quel giorno l'officiante deve procurare una pecora e un porcellino senza difetti, si accompagnano le due vittime fuori dalla porta e sul campo si costruisce la portantina, con la portantina si trasportano in processione le due vittime all'area sacra sul monte con rito uranio l'officiante sacrifica il porcellino a Giovepadre, e con rito ctonio sacrifica la pecora a Pomono Popdico e a Vesona (antiche divinità della produttività agropastorale). Sacrifici complementari sono quello a Torsa ‘la Pestilenza da evitare’, a Pordoviente ‘l’Offerta’ e a Holi ‘la Buca’. Tutti i sacrifici vanno a favore dell’attività religiosa svolta nel corso dell’anno dalla confraternita in nome della comunità iguvina. 

L'altarino (ereçlu) sulla buca

Rito uranio e rito ctonio

Nel culto iguvino si osservano due procedure rituali differenziate: il rito “uranio” e quello “ctonio”. Nel caso del primo le vittime si consacrano sul tavolato e le viscere si offrono nel fuoco dell’ara; nel caso del secondo le vittime si consacrano per terra e le viscere si offrono nella “fossa”. Il tutto in perfetta coerenza con le divinità rispettivamente del cielo e della terra. 

Il poni consacrante

L’espressione poni fetu, cioè ‘consacri con il poni’ è usata in ben 18 sacrifici iguvini. L’umbro poln-i- coincide formalmente con il latino pollen ‘fior di farina’, e funzionalmente corrisponde al latino mola salsa, la ‘farina di farro tostata e salata’ usata a Roma per la consacrazione. Anche il poni umbro era ‘tostato’: nella tav.IV alle righe 30-31 si parla appunto di poni frehto ‘farina tostata’. 

I pani sacrificali

Numerose sono le coincidenze tra i nomi dei “pani sacrificali” iguvini e quelli romani: ficla:fitilla, mefa:mensa, struçla:struicula, fasio:farreum, arçlata: arculata. 

La mefa iguvina, etimologicamente corrispondente alla mensa romana, cioè il "piatto" di farro su cui deporre le pietanze. Oggi la mefa è diventata la crescia, il pane tipico di Gubbio.

L’impasto sacrificale


Una delle offerte incruente più importanti è la uestiśa, termine umbro che traduciamo con ‘impasto’, giacché coincide perfettamente con l’aggettivo latino depsticius 'ben impastato' (Catone, De Agr. 74). Si tratta di un antichissimo prestito miceneo che in latino si è affermato con d- originale, mentre in umbro è continuato nella variante con “l- sabino" (un l- iniziale in umbro è di norma reso con u-/v-). 

 La colletta del farro consacrante


È stata accuratamente valutata la quantità di farro selezionato che i due incaricati devono ricevere dalle varie comunità: si tratta in tutto di kg. 8,186, esattamente pari a un modio romano. Un quantitativo chiaramente simbolico e troppo scarso per permetterne la semina (per uno iugero occorreva seminare 4 o 5 modii di farro), sicché non resta che ritenere che il farro raccolto dai due uomini fosse destinato a divenire farina consacrante, poni frehto (F.Roncalli, Sulla cultura del farro nell’Italia Antica, Atti del Convegno CEDRAV 1995).

La barella rituale

Saranno casuali le coincidenze con alcuni aspetti dell'attuale preparazione delle barelle dei famosi Ceri di Gubbio? La dimensione della barella antica non poteva essere molto diversa da quella delle "barelle" dei Ceri, se sulla struttura dovevano trovare posto il porcellino e la pecora. Inoltre si scorge una similarità nel fatto che appena fuori dalla città, al "campo", si dovesse procedere all'assemblaggio delle parti della kletra/ferion, come in parte avviene per i "Ceri" quando, usciti dalla porta di S.Ubaldo, ripartono, come se la corsa avesse inizio da quel punto. 

La tauromachia italica


Il rito della fuga delle 12 giovenche (il numero risulta dalla tav. VII b) per le vie dell’abitato e della loro cattura si inquadra nella antichissima tradizione preindeuropea delle tauromachie di ambiente mediterraneo, di cui sopravvivono ancor oggi diversi esempi. Il più famoso è forse la corrida di Pamplona; meno nota, ma in perfetta coerenza è anche la “caccia del bove” a Montefalco (Perugia).